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Da poco  tempo mi trovo nel convento di  Rimini, in seguito alla chiusura della parrocchia di Forlì, di cui ero parroco.

Ciò ha comportato un cambio di luogo, ma anche di lavoro e di… “parrocchiani”.

E’ normale, quindi, che mi venga chiesto: come ti trovi e cosa fai?

Riguardo al come ti trovi, la risposta è più o meno quella di sempre, ossia:  bene! E non può che essere così, per il semplice fatto che un  frate, e quindi anch’io, è figlio, insieme dell’obbedienza e del Vento( leggi Spirito).

Più impegnativa è la risposta alla seconda domanda sul – cosa fai? Ebbene, sapendo  di essere stato posto a Rimini con un mandato specifico che è quello di attendere alla mensa “Sant’ Antonio”dei poveri; sarà da questo versante che dovrà venire la risposta.

Mi ci proverò, distinguendo bene il lavoro del piano terra, da quello del primo piano.

Quello del piano terra impegna occhi, mani, piedi e quel tanto di forza fisica di cui ancora si dispone; diverso dal lavoro del primo piano che riguarda il cuore, mente, fantasia e sensibilità. E se il primo risulta di chiara evidenza; non così il secondo, quando esiste, perché impalpabile, sottile, leggero, che fluttua nell’aria, e la cui presenza può essere rivelata solo da  lievi fremiti.

Iniziamo dal lavoro del piano terra. Già il dire ”piano terra”, significa dire orizzontalità, contatto, osservazione, operosità. Si esce dalla porta della cucina del convento e ci si  trova immediatamente sul posto di lavoro, e basta poco ad accorgesi, che almeno una volta a settimana, a turno, ci sono i lavoratori della prima ora che ti hanno preceduto; e dire “prima ora” nel nostro caso, vuol dire ore 6,30. E sì perché le sportine che verranno distribuite dalle ore 08 in poi alle famiglie, non possono essere riempite di niente o di buone intenzioni; occorre far trovare tutto ciò di cui si dispone: frutta, verdura, carne e possibilmente anche vestiti.

Ore 8,30. Ci spostiamo in  cucina.

Cambia orario e cambiano i  volontari.

Si tratta di organizzare la cena e quindi pulire verdure, insaporire la carne e cuocere il tutto. Lavoro che dura fino alle ore 12.

Ore 14,30

Ancora cambio di persone in cucina, con il compito di continuare il lavoro del mattino : riscaldare , cuocere la minestra, preparare frutta, dolce; mentre altri  pensano a preparare i tavoli con tutto l’occorrente.

Non vanno  dimenticati  i volontari del lavoro docce delle ore 15.  Se qualcuno se ne dimenticasse, sarebbero i clienti, con la loro presenza a ricordarlo!

Ore  17

La fila degli ospiti, fuori della porta si è fatto consistente; anzi si tratta di una piccola folla che  incomincia  a premere per entrare. All’interno vi è la persona che pensa all’apertura, un altro al controllo  tesserini, e quindi gli ospiti, una volta dentro,  si spostano con discreto ordine al punto- distribuzione, dove vi si trovano già altri volontari, pronti ad entrare in azione. Va detto che tutto questo si svolge in tempi molto brevi.

La distribuzione va avanti fino alle ore 18,30. Gli operatori lavorano freneticamente con mani e ed anche di fantasia, per dare soluzione a qualche piccola difficoltà di menù, almeno per alcuni.

Alle ore 19 circa, il compito è stato portato a termine; quasi 200 perone sono state soddisfatte nella loro esigenza primaria; si spengano le luce ed i volontari se ne tonano alle proprie case, pieni di soddisfazione e di fatica.

Va pure detto che, in contemporanea, altre persone, strumenti della Provvidenza, sono usciti con il furgone, per il giornaliero rifornimento davanti ai vari supermercati,  e così disporre di materia prima per continuare.

Questo è il lavoro del “piano terra” ed in cui io sono coinvolto solo marginalmente.

Vista dal primo piano( e con spazio alla riflessione)

Salgo al primo piano,  solo pochi gradini, mi affaccio alla finestra ed ha inizio il mio lavoro.

Mi trovo di fronte il verde dell’orto, striature di colore all’orizzonte e gioco di ombre sulla terra, dovute al sole nell’atto di tramontare; alcuni uccelli  cercano riparo per la notte e il vecchio cipresso dell’orto che si innalza verso il cielo, arricchendolo di una pennellata di colore scuro.

Il pensiero va alla giornata, a quanto visto, nel tentativo di cogliere, oltre la pura materialità dei gesti o delle persone, l’anima e i gemiti di cose e persone.

Avere davanti agli occhi quella fila, sempre troppo grande, che sosta lungo il muro del convento, in attesa di entrare,  spesso vestiti malamente, ammalati, alcuni ubriachi, inevitabilmente esposti agli sguardi che umiliano, di chi transita lungo la strada a piedi o in macchina; oltre agli inevitabili giudizi, che si sa, non sempre sono benevoli e di comprensione; tutto  ciò non può lasciare indifferenti. Il pensiero raggiunge pure le file dei poveri del mondo che supplicano e chiedono quei diritti elementari di cui tutti dovrebbero godere. Folle  che giacciono lungo  le strade della vita, in attesa di qualche buon samaritano che li rialzi e dia forza di vivere. Poveri, ma ricchi nello stesso tempo, ricchi di umanità, di sentimenti forti, di sogni spezzati, di coraggio, di sofferenze segrete e che sembrano  non interessare alcuno. E tu che osservi, che pensi, che vorresti fare, anche se di preciso non  sai  cosa; mentre  un senso di colpa ti prende e ti inquieta.
Si sa che materialmente quanto si fa è ben poca cosa; ma  un dubbio ti sorge prepotente a sconvolge le viscere: fino a che punto ti lasci mangiare l’anima, da tutti questi affamati non solo di pane, ma anche di affetto, di attenzione, di ascolto? Non sarà che Dio te li presenta perché tu abbia a guarire dal tuo malessere e crescere in umanità?

Passiamo ora dai poveri a quanto viene loro dato, si tratti di cibo o vestiti. Ma è proprio vero che sono doni poveri, perché da altri scartati o peggio gettati via? Di per sé lo sarebbero, se in questo caso, non intervenisse un fattore talmente importante da renderli quanto mai preziosi e profumati. Essi sono il segno dell’attenzione, solidarietà, del coinvolgimento di altri nelle necessità dei poveri, e quindi, anche se non sempre profumano di terra, sicuramente di cielo e di vangelo, sì.

Che dire dei volontari  che sono l’anima di tutto?  Persone ricche di cuore e di umanità; di quelli che non si rassegnano a segnalare o a dire “ si deve fare”; ma molto concretamente - fanno! Osservarli a lavorare, in cucina o fuori, con la naturalezza e semplicità del bambino che gioca; ed in armonia, raramente  sfregiata da qualche piccolo  screzio; Il tutto assume il valore di uno spettacolo bello e che allarga il cuore.

Essi vivono il proprio servizio non da assistenti sociali, ma con motivazione  più elevata, suggerita dalla fede: dietro il volto di ogni persona scorgano il volto sofferente di Cristo, avendo presente  le cinque parole di Gesù, che madre Teresa era solita citare, contando con le dita: "Lo-avete-fatto-a-me".

Di questo ne sono certo, perché altrimenti che valore avrebbe quella preghiera di inizio servizio ed a cui essi restano fedeli? Questa è la mensa Sant’Antonio dei frati di Rimini

Fr. Vittorio Ottaviani

Stemma Papale

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